
51. L'opposizione alla Restaurazione e il sentimento romantico.

Da: F. Chabod, L'idea di nazione, Laterza, Bari, 1967.

Come afferma il grande storico italiano Federico Chabod,  un
nuovo clima morale quello portato in Europa dal Romanticismo nei
primi decenni dell'Ottocento. Se nell'arte e nella letteratura i
romantici prediligono, rispetto al razionalismo ed al
cosmopolitismo predicati dall'Illuminismo, l'irrazionale e
l'individuale, in campo politico e storico essi rivendicano le
specificit locali, le libert nazionali e le passioni dei popoli,
a dispetto delle omologanti riforme applicate in passato dai
despoti illuminati, e dei cinici calcoli della diplomazia. Nella
politica dell'Ottocento entrano prepotentemente in gioco le
nazioni e le masse, dei cui orientamenti dovr tener conto anche
uno statista conservatore ed autoritario come il cancelliere
prussiano Bismarck. Il nome di patria, partorito dalla
Rivoluzione francese, assume una sacralit in passato sconosciuta,
soprattutto presso quei popoli, come l'italiano, il tedesco e il
polacco, ancora divisi e perci anelanti alla libert e all'unit.

Dire senso di nazionalit significa dire senso di individualit
storica. Si giunge al principio di nazione in quanto si giunge ad
affermare il principio di individualit, cio ad affermare, contro
le tendenze generalizzatrici ed universalizzanti, il principio del
particolare, del singolo.
Per questo, l'idea di nazione sorge e trionfa con il sorgere e il
trionfare di quel grandioso movimento di cultura europeo che ha
nome Romanticismo: affondando le sue prime radici gi nel secolo
diciottesimo, appunto nei primi precorrimenti del modo di sentire
e di pensare romantico, trionfando in pieno con il secolo
diciannovesimo, quando il senso dell'individuale domina il
pensiero europeo.
L'imporsi del senso della nazione non  che un particolare
aspetto di un movimento generale il quale, contro la ragione
cara agli illuministi, rivendica i diritti della fantasia e del
sentimento, contro il buon senso equilibrato e contenuto proclama
i diritti della passione, contro le tendenze a livellare tutto,
sotto l'insegna della filosofia, e contro le tendenze antieroiche
del '700, esalta precisamente l'eroe, il genio, l'uomo che spezza
le catene del vivere comune, le norme tradizionali care ai
filistei borghesi, e si lancia nell'avventura.
Fantasia e sentimento, morale e amore dell'arte, speranza e
tradizioni, poesia e natura, questo il Romanticismo rimprovera
all'Illuminismo di aver cercato di soffocare: questo il
Romanticismo volle rimettere in onore. Ma sul terreno politico
fantasia e sentimento, speranze e tradizioni non potevano avere
che un nome: nazione. La reazione contro le tendenze
universalizzanti dell'Illuminismo (in politica, l'assolutismo
illuminato), che aveva cercato leggi valide per ogni governo, in
qualsivoglia parte del mondo si fosse, sotto qualunque clima e con
tradizioni diversissime, e aveva proclamato uguali le norme per
l'uomo saggio, a Pechino come a Parigi; questa reazione non poteva
che mettere in luce il particolare, l'individuale, cio la nazione
singola. Dire rivincita della fantasia e del sentimento sulla
ragione, significa appunto dire trionfo di ci che v' di pi
particolare e differenziato da uomo a uomo contro ci che
dev'essere valido per tutti gli uomini: la ragione pu dettar
norme di carattere universale, la fantasia e il sentimento
ispirano ciascuno in modo diverso, dettano dentro con estrema
variet di tono e di ritmo. Ora, contro le tendenze
cosmopolitiche, universalizzanti, tendenti a dettar leggi
astratte, valide per tutti i popoli, la nazione significa senso
della singolarit di ogni popolo, rispetto per le sue proprie
tradizioni, custodia gelosa delle particolarit del suo carattere
nazionale.
Lo sviluppo dell'idea di nazione procede quindi di pari passo con
lo sviluppo della poetica del sentimento e dell'immaginazione, che
reagisce agli schemi razionalistici; e significa, ad un tempo,
affermazione di un'idea politica, a cui spetter l'avvenire, e di
un criterio di valutazione storica, per cui la storia apparir,
appunto, in pieno Romanticismo, come la scena su cui agiscono le
nazioni succedentesi l'una all'altra, di volta in volta, nel
portar la fiaccola della civilt e nel sostenere la parte di primo
attore nelle vicende umane.
La nazione, prima semplicemente sentita, ora  anche voluta.
E' il trapasso dal giudizio alla volont, che in generale
significa il trapasso dalla mentalit riformistica del `700 alla
mentalit rivoluzionaria di fine secolo e dell''800. In questo sta
precisamente il nuovo che differenzia profondamente,
sostanzialmente l'idea di nazione dell''800 da quella
settecentesca.
Succede, qui, quel che in un pi complesso campo succede a
proposito del Risorgimento. In questi ultimi anni si  cercato, da
parte di molti dei cosiddetti risorgimentisti, di spostare pi
in su le origini del Risorgimento, risalendo addirittura agli
inizi del `700. [...] Di fronte a simili tentativi, occorre dire
che, senza dubbio, gli stacchi netti fra un'et e l'altra sono,
storiograficamente, assurdi; che la storia italiana del secolo
diciannovesimo sarebbe incomprensibile, se non si tenesse conto
attentissimo di quel che s'era fatto nel `700; che, soprattutto
nel campo economico (ripresa di attivit pratiche e nuovo fervore
di problemi economici), veramente nel `700 si buttano le basi
della societ nuova, su cui dovr poggiare il movimento politico
della prima met del secolo diciannovesimo; che l'influsso delle
dottrine della Rivoluzione francese non sarebbe potuto avvenire,
se non ci fosse stato un terreno gi preparato e fecondato pronto
ad accogliere il seme ed a fruttificare rigogliosamente. E se
s'intende parlare di origini del Risorgimento in questo senso,
possiamo essere tutti d'accordo.
Ma occorre pure dire, alto e forte, che, ci nonostante, dopo il
periodo francese c' un quid novi, di profondamente nuovo, che 
quello che d l'impulso al vero e proprio Risorgimento, al
Risorgimento politico dell'Italia, anzi, per essere pi precisi
ancora, che d origine al costituirsi di un'Italia politica, e non
solo geografica, linguistica e culturale; che lo spirito 
profondamente mutato e dal riformismo settecentesco, alla Verri
[Pietro Verri, illuminista milanese], alla Filangieri [Gaetano
Filangieri, giurista napoletano], alla Genovesi [Antonio Genovesi,
filosofo ed economista salernitano], trascorre alla volont
rivoluzionaria di un Mazzini; che dal richiedere riforme in questo
o quel settore, nell'amministrazione, nella vita economica,
eccetera si passa a chiedere la libert politica e l' indipendenza
e poi l' unit politica della nazione. E' un clima morale
profondamente diverso.
E cos  profondamente diverso il clima generale europeo, di cui
quello italiano non fa se non rispecchiare, per la parte sua, le
caratteristiche fondamentali.
Ed  diverso non solo per questa o quella nazione particolare, s
proprio per il tono generale. Quel che s' detto
dell'opposizione fra Romanticismo e Illuminismo, fra appelli alla
raison ed esaltazioni della fantasia, del sentimento, della
passione, vale a caratterizzare le diversit sostanziali fra quei
due mondi. [...].
Nel '700 avete il trionfo del calcolo aritmetico, cio di una
diplomazia che cerca di predisporre tutto e di prevedere quanto 
possibile prevedere, sulla base di un calcolo puramente razionale,
considerando l'Europa come una scacchiera su cui le figure e le
pedine si muovono secondo norme ben determinate, le figure
essendo le grandi potenze, le pedine i piccoli e medi Stati che
sono oggetto della politica internazionale, di una diplomazia
che prescinde in modo assoluto da ogni considerazione
sentimentale, che ignora totalmente che cosa siano aspirazioni
dei popoli, passioni nazionali e simili cose; in omaggio al
criterio dell'equilibrio delle forze in Europa, procede di volta
in volta ai compensi, cio attribuisce a questa o a quella
potenza una fetta di territorio tagliata in questa o in quella
parte, per controbilanciare l'aumento di forza di un altro Stato
in altro settore, senza darsi minimamente fastidio se tali scambi
e baratti incontrino o no il gradimento delle popolazioni. Si
vedano, come esempio, le modificazioni territoriali e i mutamenti
di dinastie imposte all'Italia fra il 1700 e il 1748, nell'et
delle guerre di successione, e si pensi alle spartizioni della
Polonia [divisa cinicamente fra Prussia, Austria e Russia].
Puro calcolo politico razionale, che prescinde in modo assoluto
dalle passioni: il cittadino, dice Federico il Grande, re di
Prussia, non deve accorgersi che il re fa la guerra.
E pensate invece alla politica dell''800: quando anche gli uomini
di Stato meno sentimentali, pi scettici, pi ispirati,
interiormente, dal puro anelito di potenza come un Bismarck,
sentono tuttavia il bisogno di avere con s la cosiddetta opinione
pubblica, e organizzano campagne di stampa per eccitarla, e
cercano in ogni modo di scaldare le passioni nazionali per
farsene un'arma nella stessa disputa diplomatica. Vedete, per
esempio, la campagna di stampa sapientemente montata dal Bismarck
nell'estate del 1879 per far credere che l'opinione pubblica fosse
profondamente preoccupata e allarmata dal modo di agire della
Russia e per strappare cos all'imperatore Guglielmo primo
l'approvazione all'alleanza austro-tedesca [seguita alla crisi
balcanica del 1878]: cent'anni prima, un Kaunitz [cancelliere
dell'imperatrice austriaca Maria Teresa] non si sarebbe nemmeno
sognato di avere bisogno di simili pezze d'appoggio alla sua
politica.
Il secolo diciannovesimo conosce, insomma, quel che il Settecento
ignorava: le passioni nazionali. E la politica, che nel `700 era
apparsa come un'arte, tutta calcolo, ponderazione, equilibrio,
sapienza, tutta razionalit e niente passione, diviene con l''800
assai pi tumultuosa, torbida, passionale; acquista l'impeto,
starei per dire il fuoco delle grandi passioni; diviene passione
trascinante e fanatizzante com'erano state, un tempo, le passioni
religiose.
La politica acquista pathos religioso; e sempre di pi, con il
procedere del secolo e con l'inizio del secolo ventesimo: ci
spiega il furore delle grandi conflagrazioni moderne.
Ora, da che deriva questo pathos se non proprio dal fatto che le
nazioni si trasferiscono, potremmo dire, dal piano puramente
culturale, alla Herder [Johann Gottfried Herder, scrittore e
filosofo tedesco], sul piano politico? Come abbiamo gi pi volte
detto, la nazione cessa di essere unicamente sentimento per
divenire volont; cessa di rimanere proiettata nel passato, alle
nostre spalle, per proiettarsi dinanzi a noi, nell'avvenire; cessa
di essere puro ricordo storico per trasformarsi in norma di vita
pel futuro. Cos, parimenti, la libert, da mito del tempo antico,
diviene luce che rischiara l'avvenire; luce a cui occorre
pervenire, uscendo dalle tenebre.
La nazione diventa la patria: e la patria diviene la nuova
divinit del mondo moderno.
Nuova divinit: e come tale sacra.
E, questa, la gran novit che scaturisce dall'et della
Rivoluzione francese e dell'Impero.
Lo dice, per primo, Rouget de Lisle nella penultima strofa della
Marsigliese:
.
Amour sacr de la Patrie,.
Conduis, soutiens nos bras vengeurs!.

 [Amore sacro della Patria / guida, sostieni le nostre braccia
vendicatrici!]

E lo ripete, quindici anni pi tardi, il nostro Foscolo, proprio
nella chiusa dei Sepolcri:
.
ove fia santo e lagrimato il sangue.
per la patria versato.

Patria, sacra; sangue versato per essere santo. Ed ecco che da
allora, effettivamente, voi sentite parlare di martiri per
l'indipendenza, la libert, l'unit della patria; i martiri del
Risorgimento in genere, e in ispecie i martiri dello Spielberg, di
Belfiore, eccetera
Gran mutare del senso delle parole! Per diciotto secoli, il
termine di martire era stato riservato a coloro che versavano il
proprio sangue per difendere la propria fede religiosa; martire
era chi cadeva col nome di Cristo sulle labbra.
Ora, per la prima volta, il termine viene assunto ad indicare
valori, affetti, sacrifici puramente umani, politici: i quali
dunque acquistano l'importanza e la profondit dei valori,
affetti, sacrifici religiosi, diventano religione anch'essi.
La religione della patria, cio della nazione. I due termini
sono equivalenti. [...].
Com' ovvio, l'idea di nazione sar particolarmente cara ai popoli
non ancora politicamente uniti; il principio di nazionalit, che
ne  precisamente l'applicazione in campo politico, trover il
massimo favore presso coloro che solo in base ad esso possono
sperare di comporre in unit le sin qui sparse membra della patria
comune. Quindi, sar soprattutto in Italia e in Germania che
l'idea nazionale trover assertori entusiasti e continui; e,
dietro a loro, negli altri popoli divisi e dispersi, in primis i
Polacchi. [...].
L'Italia e la Germania, dunque, terre classiche, nella prima met
del secolo scorso, dell'idea di nazionalit. E nell'una come
nell'altra nazione, identici pure risuonavano gli appelli al
proprio passato, alla storia, come quella che, dimostrando la
presenza secolare e gloriosa di una nazione italiana (o tedesca)
in ogni campo, essenzialmente in quello della cultura, arte e
pensiero, legittimava le aspirazioni a che questa presenza si
concretasse anche nel campo politico; a che cio la nazione, da
fatto puramente linguistico-culturale, si tramutasse in fatto
politico, divenendo Stato.
